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"Le donne posseggono tutta l'arte di celare il loro furore, specialmente quando è vivo. " Cesare Pavese
I frutti dimenticatiLa vita e la morte secondo Cristiano Cavina
29 Novembre 2008
Quando leggi un libro come I frutti dimenticati e l’autore è Cristiano Cavina, parafrasando J. D. Salinger, ti viene voglia di alzare il telefono e, più che dirgli quanto il libro ti è piaciuto, ti preoccupi piuttosto di sentire se sta bene. Torna nelle librerie lo scrittore di Casola Valsenio che ha conquistato i lettori italiani con le storie straordinarie e normalissime di Alla grande, Nel paese di Tolintesàc e Un’ultima stagione da esordienti. La quarta storia che Cavina racconta ne I frutti dimenticati (sempre per i tipi di Marcos y Marcos) ha per protagonista Cristiano, io narrante dall’odore autobiografico, che affronta la nascita di un figlio a cui non è preparato e l’incontro con un padre che per prepararsi a lui ha aspettato una vita intera. L’incontro con questo padre negato e che si è negato troppo a lungo è la proustiana madeleine che riporta Cristiano ai ricordi di un’infanzia amata e vissuta, raccontata con la lingua spiritosa e luminosa di chi ricorda bene com’è essere bambini. È proprio l’attingere ai ricordi, rimedio omeopatico portentoso come i fiori di Bach della temuta Suor Luca Maria, a salvare l’impaurito Cristiano padre e l’arrabbiato Cristiano figlio dalla sconfitta ultima del perdere ogni cosa. I frutti dimenticati ha un segno più davanti alla parola amarezza. Infatti, mai come in quest’ultimo romanzo Cavina ha lasciato andare il freno ad una voce più adulta e consapevole che con rabbia anche (parlando con Dio, “Adesso, cazzo, vieni qui e cammini con me”) racconta il cammino di un uomo che condisce la vita con le spezie della sua fantasia e di suoi ricordi, ma che spera anche di avere una vita intera per chiedere scusa. Una nota nuova, dunque, nella scrittura dell’autore romagnolo, capace di raccontare l’innocenza, ma anche il lento e umiliante cammino dalla vecchiaia alla morte che ricorda per immagini ciò che Philip Roth ha raccontato in Patrimonio perché, alla fine, in eredità abbiamo “non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda”. Insieme alla carnalità della nascita di una nuova vita e allo spegnersi di una già vissuta, Cavina ritorna su un tema a lui caro, la spiritualità contadina, cattolica e ruspante, incarnata dalla fede incrollabile della nonna Cristina e da quella ingenua di un piccolo bambino ricciuto con occhietti “da unno invasore”. Segni fisionomici come questi o come i mignoli ad uncino dei Cavina sono le luci di posizione di un destino cui il protagonista un po’ sfugge e un po’ corre dietro per non perdersi del tutto. La famiglia, volàno di tutte le storie dello scrittore romagnolo, cresce e cambia con l’arrivo di un figlio e di un padre, ma rimane ancora il caldo grembo di gestazione del racconto. Humor diretto e tenero, senza fronzoli, un periodare sereno con attenzione agli incastri perfetti e suggestivi della lingua e, soprattutto, il disvelamento di quei piccoli segreti che rendono l’esistenza speciale: è questo il vero marchio di fabbrica della scrittura di Cristiano Cavina. I frutti dimenticati è anche una sagra molto speciale, reale, che si celebra a Casola Valsenio, un paese che la memoria la coltiva anche con le piante che nessuno ricorda più. Inoltre, questo romanzo è un’altra puntata della vita del clan di uno scrittore che, al quarto romanzo, si considera quasi uno di famiglia. Ed è per questo che al termine della storia, più amara e intensa delle precedenti, non si può fare a meno di chiedersi se sia il caso di raggiungere la pizzeria di Casola Valsenio e buttare lì un “Cristiano, come va?”.
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