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Il più grande calciatore del mondoRenato De Rosa
18 Marzo 2009
di Angelo Orlando Meloni Con colpevole ritardo, segnaliamo agli appassionati della pedata atletica - e ai suoi detrattori - questo piccolo gioiello di comicità scritto da Renato de Rosa e pubblicato da Limina. Il più grande calciatore del mondo è un libro che andrebbe letto nelle scuole, passato di mano in mano negli uffici tra colleghi calciomaniaci e nelle redazioni dei giornali e delle tv. Dovremmo leggerlo tutti noi malati di moviola, noi esegeti dei complotti arbitrali che abbiamo deciso di affidare la nostra gioia e le nostre aspettative a un calcio di rigore al novantesimo, a uno sgangherato zero a zero tra Nocerina e Paganese, alle lusinghe della campagna acquisti estiva. La storia è presto detta, affidata com’è a un espediente narrativo fortunato, la rievocazione per testimonianze dirette e indirette delle imprese di Giulio Capriata, modesto bancario trentaquattrenne scopertosi campionissimo suo malgrado. Giulio ha sempre giocato nel cortile, nel tempo libero, è una persona intelligente ma non presuntuosa, un uomo semplice che fa il suo lavoro fino a quando un procuratore - per caso - lo vede segnare gol a raffica in un campetto. È una rivelazione. Giulio Capriata è proiettato in serie A e nel giro di qualche settimana dei suoi miracolosi calci di punizione non potrà fare a meno neanche la nazionale. Ma c’è un problema, Giulio si allena di testa sua, una corsetta con un libro sottobraccio e stop, e rifiuta con logica ferrea i farmaci dei medici sportivi; se gli spettatori, poi, fanno cori razzisti convince compagni e avversari a pitturarsi il volto di nero; e quando rilascia un’intervista dice sempre quello che pensa, persino sui sacri sponsor, e dedica i suoi gol ricorrendo a una strepitosa citazione letteraria. Insomma, un elemento pericoloso, un sovversivo degno di essere messo alla berlina, se non fosse che senza di lui sarebbe molto, molto difficile vincere le partite. Renato de Rosa è bravissimo nel mettere a nudo gli aspetti più ridicoli dello sport nazionale italiano, la sua è anche un’utopia sportiva bella e buona, una rappresentazione ilare, giocosa ma dannatamente precisa del dover essere calcistico. Nel leggerlo, perciò, non siamo al riparo da una nota malinconica: Giulio Capriati non esiste, e chi vorrebbe fare il tifo per uno come lui dovrà farsene una ragione.
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