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L'ultima parata di Moacyr BarbosaDarwin Pastorin
12 Novembre 2008 Ci sono tante cose nel libro di Darwin Pastorin, L'ultima parata di Moacyr Barbosa. C'è il calcio, il Brasile, il sole dell'estate, gli italiani in cerca di fortuna, i tifosi, gli anni '50, i poveri, il dubbio, la sorte, la sfortuna. C'è anche un po' di epica dello sport che non guasta mai. C'è la differenza tra quello che c'è e quello che non c'è mai stato; ci sono le cose, che chissà come fanno, non saranno mai più, anche se non sono mai state. E poi c'è Moacyr Barbosa. L'orfano, l'errore di Dio, la svista del caso. Nato sbagliato. Nato ieri. Nato nero in un Brasile che dei neri non si fida: "teste quadrate, bisogna tenerli lontani dalla porta". Moacyr però, negli anni, fece e disfece tanto da riuscire a diventare portiere della nazionale di quel Brasile diffidente. E dopo essere diventato portiere arrivò a un passo dal diventare eroe, re, Dio. Allo stadio Maracana, poi, durante la finale della coppa Rimet, nel 1950, incontrò un altro sbaglio di Dio. A undici minuti dalla fine della partita incontrò un pallone come gli altri, anzi un po'più moscio, nato come passaggio e che non riesce a essere nemmeno quello, ma che invece di finire in un punto qualsiasi come tutti i passaggi sbagliati di questo mondo, continua a rotolare. Fin dentro l'area, |
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