La prima regola di Clay

Giuseppe Munforte

image Titolo: La prima regola di Clay
Autore: Giuseppe Munforte
Editore: Mondadori
Pagine: 163
Prezzo: 17 €
Voto: 6

20 Gennaio 2009

di Paolo Scandale

“…certo bisogna farne di strada da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza…”

Fabrizio De André, Nella mia ora di libertà



Un sibilo profondo, come uno stridere di denti che si stringono attorno alla preda. L a prima volta a bordo ring il rumore degli stivaletti sul quadrato è qualcosa di indefinibile, quasi fastidioso. Ma per Ivano non è così. Ivano tra le corde si muove al ritmo di una musica che solo lui può sentire. Mani letali e piedi dolcissimi, danza attorno all’avversario colpendolo con pochi colpi precisi, pennellate d’artista con colori presi a prestito sulla tavolozza della sofferenza. Per tutti è Clay, in onore dell’unica farfalla che abbia mai osato sfidare la rabbia dei bisonti. Con quel talento preso così poco sul serio, come un George Best che abbia rinunciato agli scarpini per mettere i guantoni.  
Ma poi l’allenamento finisce e le scale ti riportano in superficie, dove la notte è rimasta ad aspettare. Non più musica, ma l’aria gelida che ti brucia i polmoni. E niente più Clay, solo Ivano. Con il lavoro in carrozzeria, le torri di Milano in periferia per casa e un padre che muore un giorno alla volta con il respiro mozzato da tutta la vernice respirata in quella fabbrica che doveva darti da mangiare.
Il mondo si fa in bianco e nero, i tuoi occhi, il tuo cuore. Non è più noble art mentre cammini verso quell'uomo, è violenza cieca, anche se consapevole. Tutto attorno si ferma, senti solo il tuo respiro farsi affannoso, le lacrime trattenute a stento, le cartilagini che si rompono sotto le tue mani che si sporcano del sangue scuro della vendetta. Hai deciso che non sarai uno dei vinti, “di quelli morti perché non avevano voluto fermarsi, quelli che l’arbitro non aveva salvato”. Oggi l’arbitro sei tu, e il verdetto è già deciso. Ora ti giudichi pure la giustizia degli uomini, tu davvero non potevi fare altro.
È un romanzo di mani. Pugni che si stringono per la rabbia, che abbracciano l’avversario quando il fiato non sorregge più, mani che tremano per la paura che sia il tuo ultimo giorno, ma anche dita che si intrecciano e si accarezzano nell’incespicare di un amore fragile esposto ai venti dell’incertezza. E poi le mani che coprono gli occhi di chi non sa che “puoi pure non guardare, ma non è possibile che non vedi”, spaventato non tanto dalla lucida violenza, ma da quel sentirsi complice, da quel domandarsi “io lo avrei fatto?” nascosto dietro le condanne imposte da una morale balorda.
Anche la prosa di Giuseppe Munforte sale sul ring: solida e precisa, come un welter difficile da buttar giù. Ottimo l’espediente di servirsi di un narratore all’oscuro di alcuni aspetti della storia, nel quale il lettore può immedesimarsi. Un puzzle ben riuscito, ma appassionante solo a tratti, dove la vicenda principale e quelle che sfumano all’orizzonte dell’universo di Clay non sempre si incastrano alla perfezione. Strepitosa la foto in copertina.
 

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