Napoli dei molti tradimenti

Il ritratto del Sud di Adolfo Scotto Di Luzio

image Titolo: Napoli dei molti tradimenti
Autore: Adolfo Scotto Di Luzio
Editore: Il Mulino
Pagine: 136
Prezzo: 10 €
Voto: 6

29 Novembre 2008

Ciclicamente, a ondate generazionali, giungono alla ribalta le voci di chi, vissuta un’intensa stagione politica, ne rimedita illusioni e delusioni. È un fenomeno particolarmente diffuso nel mondo della sinistra, o meglio dell’ex sinistra, dato che spesso le memorie degli – un tempo – attivisti e militanti si accompagnano a un percorso di autoassoluzione, nel quale trova spazio la giustificazione del compiuto passaggio dalla contestazione all’integrazione, dalla rivoluzione al conservatorismo e, ancor più, del ripiegamento dal pubblico al privato. Prima gli ex sessantottini – i più esibizionisti e narcisisti –, poi gli ex settantasettini – più sofferti e ambigui; ora forse, come testimonia il recente libro di Adolfo Scotto Di Luzio, Napoli dei molti tradimenti (Il Mulino, pp. 124, euro 10,00), è la volta di quelli che potremmo chiamare ex panterini. La Pantera è stato il movimento studentesco che occupò le università nei primi anni Novanta: un fenomeno, seppure non organico e coeso come i precedenti, che ridiede vita alla protesta giovanile organizzata, dopo un decennio almeno di stasi, vissuto tra il trauma del dopo terrorismo e l’euforia consumista degli anni Ottanta.

Vista retrospettivamente la Pantera assume oggi i tratti di un movimento conservatore. Nel senso che nel 1990, appena un anno dopo la caduta del muro di Berlino, una generazione di giovani cresciuti credendo nel comunismo reagì all’improvviso tracollo dell’ideologia con una forma di resistenza al mutamento, che si tradusse nell’occupazione degli atenei per protestare, apparentemente, contro una proposta di riforma dell’università che a loro dire ne snaturava in senso aziendalista la missione formativa. Ma c’era a mio avviso di più: una ragione psicologica profonda, il senso di orfanità per l’improvvisa perdita degli ideali nei quali i giovani erano stati educati – a cui risposero cercando di ritardarne l’estinzione. Non si trattò quindi di un movimento progressista, ma di un moto di rifiuto del cambiamento. Ben testimoniato, dal punto di vista simbolico, proprio da quel chiudersi asserragliati entro le mura dell’università, per fare in modo che almeno quelle non crollassero, e che si potesse al loro interno continuare come se nulla fosse. Il giorno in cui a Napoli, nella facoltà di Lettere, si decise di sospendere l’occupazione, i leader del movimento, Scotto Di Luzio tra essi, intonarono tutti insieme a pugno alzato l’Internazionale: non si trattava della sconfitta della protesta contro un provvedimento di legge, ma dell’ineluttabilità della Storia che bussava alla porta.

Tutto ciò è solo indirettamente tratteggiato da Scotto Di Luzio: pur partendo dalla propria esperienza, l’autore mette poi in primo piano soprattutto Napoli, addebitando a lei, prima ancora che alla dottrina comunista quel senso di tradimento e  abbandono che aleggia sulle pagine del libro. La prospettiva è invero corretta: perché il comunismo napoletano è stato napoletano prima di essere comunismo. Nel senso che ha assunto dei tratti spiccatamente locali, giocati sulla presunta “diversità” di Napoli – storica, sociale, antropologica – divulgata da tanto meridionalismo e fatta propria dal comunismo, in un continuo processo di osmosi teorica che è giunto sino all’equivalenza. “Abbiamo guardato al Sud in termini prevalenti di lotta di classe e abbiamo pensato il meridionalismo come questione degli oppressi, finendo così per accreditare l’idea di un Sud più lontano dall’Italia moderna di quanto non fosse vicino, e solidale, alla causa di tutti i popoli sottomessi del mondo”.

La retorica della diversità, contro cui Scotto Di Luzio giustamente si scaglia, giunge ad immaginare, come nel pensiero meridiano di Franco Cassano, un nuovo concetto di Sud, non più periferia dell’impero, ma nuovo centro di una identità ricca e molteplice, autenticamente mediterranea. Rideclinata in quest’ottica, Napoli non appartiene più all’Italia e all’Occidente, e diviene fulcro identitario di un’altra realtà, che gravita sul Mediterraneo.

Finita la guerra fredda, gli intellettuali di sinistra, quindi, scoprono che la vera linea di demarcazione tra le civiltà non è tra Est e Ovest, bensì tra Nord e Sud del mondo: e se prima i capitalisti erano a Ovest, ora si sono spostati a Nord. A Sud ci sono gli sfruttati e gli oppressi, che vanno ancora difesi: nei pieni anni Novanta dunque, la lotta di classe non termina, semplicemente si riorienta geograficamente. E dato che Napoli non è a Ovest ma a Sud, essa rappresenta uno straordinario terreno su cui far rifiorire la sinistra comunista. Per dirla in breve, il nuovo comunismo va a braccetto col nuovo meridionalismo, perché questo gli fornisce appigli teorici per la sopravvivenza politica in un’età pienamente postideologica.

È un altro movimento di retroguardia, insomma: come gli studenti della Pantera asserragliati nelle facoltà, numerosi intellettuali, spesso consiglieri dei nuovi leader politici di sinistra, erigono cattedrali concettuali per sottrarsi alla pressione della storia, e per non essere costretti ad abbandonare i propri paradigmi teorici – e psicologici. Per questo, forse, Scotto Di Luzio è così veemente nel contestarli: perché essi gli restituiscono un’altra immagine di se stesso.

E se queste possono sembrare riflessioni di poco conto, si consideri che probabilmente senza tali reinterpretazioni postmoderne del comunismo – che ancora oggi consentono ai comunisti di rimandare il vero, necessario, esame di coscienza – Napoli non avrebbe dovuto subire inerte quindici anni di bassolinismo, con tutti i guasti apportati che Scotto Di Luzio enumera puntualmente.

Cos’è allora che non convince in questo libro? Proprio la mancata comprensione del nodo psicologico alla base del discorso di Scotto Di Luzio: il senso di orfanità, di rabbia per un abbandono irredimibile, per il tempo irrecuperabile che l’ideologia ha sottratto alla vita. L’insoddisfazione e il senso d’impotenza dell’autore investono ogni cosa. Non solo Napoli e la sua crisi: ma pure Bassolino e i bassoliniani; Bergamo – città in cui l’autore insegna all’università, ma nella quale non si è trasferito –, di cui descrive la vita ottusa votata ai consumi; gli studenti che licenziano solo tesi di laurea mediocri e i ragazzi che a Napoli studiano alla Biblioteca Nazionale; l’Istituto degli Studi filosofici ed Eugenio Bennato; e così via in una litania monotona e apocalittica in cui niente sembra andare per il verso giusto.

Ma il pessimismo senza sbocchi è proprio uno degli esercizi preferiti dagli intellettuali meridionali che non piacciono a Scotto Di Luzio. È il difetto di un libro molto sentito, con una scrittura nervosa e frammentata che riproduce bene un disagio personale che si intuisce profondo. Un difetto confermato da alcuni interventi giornalisti dell’autore seguiti all’uscita del volume, in cui l’ancor giovane quarantenne Scotto Di Luzio assume a tratti i toni di un vecchio reazionario insoddisfatto. Insoddisfatto, prima di tutto, di se stesso. E se ciò gli divenisse chiaro, riuscirebbe certamente a non proiettare più il suo malcontento – in parte condivisibile – sul mondo che gli è intorno, che per ora si ostina a ritrarre in un tetro bianco e nero senza sfumature e speranze.

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